Collegate i 6 miliardi di puntini (un racconto breve)

Da tanto ho desiderio di proporre ai miei alunni un gioco. Il gioco è questo. Io vi do dei punti a caso sulla grande mappa del reale: due o tre eventi campionati qui e là nella cronaca. Voi ora trovatemi il filo che li collega.

Ad esempio: l’emergenza carceri e l’emergenza rifiuti. Oppure: la primavera araba, la nascita di una fandom tecnogotica, un disegno di legge in Islanda, la chiusura del vini&oli sotto casa. Scampoli così. Sciolti, ma solo in apparenza.

Vorrei tanto fare questo gioco con i miei ragazzi. Credo che sia la cosa più seria che si possa fare a scuola adesso. Frammenti di una realtà da ricomporre. Credo che niente come questo apparente passatempo enigmistico possa farci capire a tutti, giovani e vecchi, che cos’è il mondo con cui abbiamo a che fare adesso. L’urgenza di trovare metodi per immergersi finalmente nella fitta trama che rappresenta più fedelmente che mai la conoscenza, la vita sociale planetaria, i fenomeni senza artificiali distinguo calati dall’alto. Questo potrebbe essere un metodo.

Invece continuo a far lezione allo stesso modo, seguendo lo stesso libro da sempre, parlando di delta ed epsilon come se questi spogli, minuscoli frammenti di un puzzle sconfinato potessero bastare a dei ragazzi nel fiore degli anni, che devono imparare a nuotare nel gorgoglìo di un invitante confuso suggestivo pericoloso pullulare. Non riesco a cambiare. La mattina e la sera faccio sempre le stesse cose nello stesso ordine, con l’aiuto del mio cane. Con un colpo d’ala vorrei far salire il dibattito sopra le teste di tutti, molto più in alto di questo palazzo squadrato, verso il cielo blu scuro pieno di fantasmi, per strappar loro la maschera. Ma l’aria rarefatta non mi fa sentire a mio agio. Il mio respiratore artificiale è piccolo, insufficiente per simili altitudini. Il mio Dirigente scolastico deve averlo capito al volo. Una volta con un ammicco furbo mi ha regalato una pacca sulla spalla: «Lei è un buono, si vede subito.» Aria di diagnosi terminale. Si è degnato di scuotere la testa, una volta sola. Non credo di stargli simpatico.

Durante le recenti discussioni su questi ultimi conati di riforma il clima in riunione era rovente e anch’io ho azzardato un affondo. Ho evocato autorevoli personaggi che hanno sottolineato l’importanza di mettere più energie e idee nell’educazione, sin dai primissimi gradi. Amavo Condorcet che sull’ala della rivoluzione francese proponeva l’istruzione gratuita per tutti, sicuro che ciò avrebbe eliminato alla radice ogni corruzione dalla società, ogni cattiveria. La trovavo un’idea stupenda, all’avanguardia per quei tempi, piena di fiducia negli esseri umani, migliori allievi guidati da migliori maestri.

Il Dirigente mi ha gelato. «Via, via, ma cosa mi dice. Non vede il pericoloso agguato dell’utopia dietro questo concetto? »

Ho abbozzato una risposta della serie l’utopia è sempre stata il motore della storia, ma lui mi ha fermato subito con la mano del vigile urbano abituato a tenere a bada ben altri TIR.  « Intendo, mio caro, quell’ideologia per cui c’è un modo giusto per far andare bene le cose, una via adatta a tutti che va perseguita a qualunque costo? Non vede l’ombra della violenza dietro la bontà del riformatore?» Ha sollevato le mani in un teatrale segno di resa. «Lasci perdere se non si vuole mettere in pasticci più grandi di lei. Lo sa lei quanti eccentrici nel corso dei secoli hanno cercato di inculcarci le loro educational mirabilia? Originali e focosi filantropi coi loro metodi infallibili per edificare dalle fondamenta una umanità definitivamente migliore, per generare senza fallo soggetti mentalmente sani e moralmente integri. Ma siamo sempre al palo. Siamo fermi al palo dell’insegnamento prefabbricato. Tutti questi profeti avevano in mente la produzione industriale di uomini retti, una catena di montaggio progettata dal punto di vista della élite. Ecco la loro pietra filosofale e angolare della società. Pensa che sia diverso da ciò contro cui sta protestando qui e ora? Che cosa vede oggi se non il riproporsi di una lista della spesa, l’abito, il voto, l’orario, il maestro unico, come i lego di un modellino formale dettato solo dalle necessità economiche inventate dalla solita mentalità della solita élite? In entrambi i casi, le persone reali non sono messe in conto, non fanno parte del quadro. In entrambi i casi si vola troppo alto. In entrambi i casi non si accenna minimamente al nostro compito difficile: aiutare ciascun essere umano a incamminarsi verso la propria verità nel delicato equilibrio con i suoi simili. Se non si assicura questa base, nel caso migliore lo stimato professionista di domani coprirà un impulsivo nevrotico che ci propina teorie disumane. Chi fa le leggi è costretto a passare questo aspetto sotto silenzio, non esiste tecnicismo in grado di affrontare questioni tanto sottili. Il resto non sarebbero che chiacchiere, eppure non si sa che altro fare. Se ben ricorda, ogni volta che qualcuno pensava di aver imbroccato il segreto dell’edificazione di una nuova società, è andata a finire male. Se qualcuno oggi rammenta i nomi degli utopisti educatori, è solo perché dei buontemponi li hanno disseppelliti per esporli in qualche wunderkammer delle scienze balorde. E noi siamo ancora qui a cercare di capirci qualche cosa. Lo sa perché? Perché non c’è nessun segreto del genere. La verità vola molto basso, mio caro. Pensi quello che vuole, ma dalla mia esperienza risulta che la stragrande maggioranza non è all’altezza del sapere degno di questo nome, che è qualcosa in grado di suscitare passioni intense, ben altro che il menabò di nozioni assortite che propiniamo agli studenti. Lo so, sta fremenendo, vorrebbe ribellarsi e dirmene quattro: ma tenga a freno il suo istinto egualitarista, ci rifletta su un attimo. I pochissimi che sfuggono alle regole potrebbero in ogni caso fare a meno della scuola, e prima o poi lo faranno, andranno oltre tutti noi, mille miglia avanti, cambieranno faccia al mondo e noi resteremo a bocca aperta o ci volteremo dall’altra parte. Tutti gli altri, folle sterminate che non sapranno mai rendersi indipendenti da questo insegnamento, dimostrano di aver avuto bisogno proprio di noi, e noi di loro. Non di chissà quale delle sue nobili astrusità. Guardiamoci a viso aperto, suvvia: noi seduti qui intorno al tavolo lo confermiamo in pieno. Siamo quegli stessi studenti, cresciuti come si cresce, così, per inerzia, una cosa appresso all’altra, lungo la scaletta del senso comune. Per questo siamo qui. Sicuro, c’è chi ha la vocazione, chi ha il dono, chi ha il carisma. Ma in tutta onestà dobbiamo dirci che fare l’insegnante per i più è un lavoro come un altro. Nessun biasimo e nessun rimpianto, ci mancherebbe, bisogna pur campare e il nostro è uno degli onesti impieghi a disposizione sul mercato. Per giunta dà tanto di quel tempo libero, lunghe estati, una manna per chi ha famiglia, così rara in questi tempi asfissianti. Quelli veramente bravi hanno altro da fare, l’insegnante è poco quotato nella graduatoria delle professioni. È ingiusto, intendiamoci: dovrebbe essere la professione più ambita, la formazione delle nuove generazioni, la causa più nobile al pari di una disinteressata gestione della cosa pubblica. Senonché la nostra cultura non promuove questo genere di valori. Gli onori sono tributati a chi è impegnato a spalare grandi quantità di ricchezza e potere, non molto diversamente da mille anni fa. Una scuola perfetta come quella che lei avrebbe in animo – una scuola irrealizzabile per definizione, s’intende – richiederebbe che tutti quegli ordinari diavoli che affollano le scuole, da ambo i lati della cattedra, fossero rimpiazzati di sana pianta. Ebbene mi dica lei: con chi? Mi spieghi, dove sono queste schiere di divini maestri, dov’è la nuova schiatta della didattica che porterà il Verbo della conoscenza eccellente in quelle aule squadrate, fra i banchi tutti uguali? Dove sono gli insegnanti pregiati che vorrebbe il suo Condorcet? Non ci sono, glielo garantisco. Non ci sono, e se pure ci fossero non si potrebbero reclutare con gli stipendi che passa il Ministero. D’altro canto dove sono i bambini prodigio in grado di fare quei salti da gigante? E perché dovrebbero, dopotutto… Vede, i grandi riformatori idealisti cadono sempre su una piccola trascuratezza: assimilano la società intera alle proprie capacità. Sono troppo occupati dalla loro immensa ispirazione da far caso al fatto che loro sono uomini del tutto fuori del comune: non possono far da esempio concreto agli altri. Le do un consiglio, se permette: mentre corre appresso ai suoi universali non dimentichi mai una fondamentale legge di natura: il talento è poco, e la fame è tanta. Questa è l’unica massima che ricordo di ciò che mi insegnava il mio maestro buonanima. Di tutta quella vasta erudizione mi è rimasta solo questa frase così terra terra. E così vera.  La gente deve sopravvivere. Ecco la base dell’economia reale, la distribuzione delle risorse scarse. Oggi le nozioni sono disponibili a mucchi, a mazzi, come materia prima che zampilla senza sforzo da ogni orifizio. È uno scenario radicalmente diverso dal passato per noi, ma a quanto pare i nostri legislatori non lo sanno. Si attengono ai loro modellini di una volta e continuano a spostare avanti e indietro gli stessi mobili. Anche fra loro non si sfugge al crudele principio della scarsità. Ma hanno ragione loro, purtroppo. Se è alla maggioranza che la scuola deve andare incontro, come deve, bisogna allora soprattutto creare l’illusione del sapere. L’illusione, sì. Si stupisce? Funziona benissimo, da sempre. Anche lei è arrivato fin qui grazie a lei. Su questo sono misurati i programmi e i metodi universali. Quei grandi che lei vagheggia, invece, manderebbero l’intero sistema scolastico al collasso in un attimo. La scuola si accartoccerebbe sotto il suo stesso peso. Il peso della qualità. L’insostenibile peso della qualità.»

Alla ripresa delle lezioni, quando nel corridoio ero a venti metri, già incassato nelle spalle e in pensieri cupi, mi ha gridato dietro. «Mi dica una ultima cosa.» Mi sono fermato, ho voltato mezza testa a guardarlo. «Lei, lei stesso dico, sarebbe all’altezza di questa nuova scuola della qualità di cui ha una vaga immagine per la testa? È pronto a cambiare? Anzi, sta già lavorando per cambiare, di pari passo al mondo che cambia? Oppure no? Ci pensi. Ci pensi su, faccia un esame di coscienza. Vedrà che la vaghezza degli alti concetti si dileguerà. Sentirà il vero cuore del problema pulsare dentro di lei.»

Da allora continuo il mio lavoro persino con più fatica di prima, se possibile, schiacciato dall’inerzia fenomenale nel sistema. È vero, non ho abbastanza coraggio. Non riuscirò mai a oppormi. E chi fa le leggi ci riesce meno di me. È un muro che nessuno ha la forza di superare, tanto meno di abbattere. Sarà uno dei tanti pesi che fanno comodo: ci nascondiamo dentro, noi e tutti gli altri, per rimandare il momento in cui si deve guardare in faccia la realtà. La vita in prima linea non è per tutti. Era questo che voleva dirmi il signor Preside, no, volevo dire, il Dirigente scolastico. Eh, l’abitudine, l’abitudine. Professori mediocri per studenti mediocri dentro un meccanismo localmente stabile. Per loro, l’illusione di imparare; per noi, l’illusione di insegnare. I due schieramenti si scambiano una blanda energia che si perde nell’aria, per non tornare più. Altro che il sapere: un dialogo istituzionalmente collaudato, calibrato sulle pseudoscienze sociali, sull’economia del libero mercato, sui loro semplici concetti. Gli impianti inerziali del potere, e un passatempo come un altro per le masse.

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