La guerra è dentro di noi

Oggi è la giornata internazionale della pace, e insieme la giornata della lotta all’Alzheimer.

Coincidenza sicuramente non voluta, ma non priva di senso. Non ci può essere pace se non è prima in pace il cervello di ciascuno. La guerra è dentro di noi. Per scongiurare quel banale rinfocolarsi di braci che la vita quotidiana non spegne mai, ognuno deve partire da se stesso. Non dal concetto astratto di “pace”, una parola che può entusiasmare ma di suo ha solo il peso di una parola. Quante persone ho incontrato, capaci di invocare appassionatamente la pace sventolando bandiere colorate, e al contempo di vessare il prossimo loro nei modi più vari ed efferati, senza nemmeno rendersene conto! Invece la guerra si sconfigge partendo da qui, dalla pratica attenta della relazione con chi è più vicino.

L’altro giorno, ad esempio, confrontavo il tipico principio morale razionale kantiano, “tratta gli altri come vorresti essere trattato tu”, con quello evangelico “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
A prima vista sembrano fratelli, ma non potrebbero essere più diversi.

Il primo, il gaio positivista, il fratello sciocco, combina un guaio dopo l’altro. È la definizione stessa dell’amore proiettivo, l’amore più falso che ci sia: non devo fare nessuno sforzo per capire chi sei tu, come stai, cosa ti serve, semplicemente mi basta proiettare su di te quelli che sono i miei desideri e agire di conseguenza. Non ho da preoccuparmi se per caso i tuoi gusti non siano nemmeno lontanamente simili ai miei, se le mie paure ti stiano strette, e via dicendo. Ti tratto come uno schermo, quindi come un semplice oggetto. Per giunta, il fratello sciocco invita a non trattenersi, ad agire: “tratta gli altri”. Ecco le condizioni in cui si ha la massima probabilità di fare violenza agli altri. Col sorriso, per giunta, perfino con l’orgoglio della propria bontà. Mentre di fatto non ci si cura di loro: è solo un esercizio narcisistico. E gli altri se ne accorgono eccome, e non sono felici, se non per puro caso.

Il fratello cauto, invece, ha tutto un altro stile. La sua è una saggezza antica, frutto dell’osservazione attenta di un’infinità di casi umani: è una buona norma universale, valida sempre e in ogni caso, indipendentemente dall’epoca, dal luogo, dalla religione. Non massimizza. Invita a trattenersi, non ad agire: “NON fare agli altri”. Dà un principio di precauzione. E i principi di precauzione sono sempre più santi. Dati nostri notevoli limiti di comprensione e di informazione, fare di meno è spesso la cosa migliore. E cosa è meglio non fare agli altri? Di sicuro ciò che disprezziamo, che ci repelle, che ci molesta. Perché dovrei esporti, amico mio, amata mia, a quello che per me sarebbe insopportabile? Al massimo scoprirò poi che a te non fa così male, e correggerò il tiro, ma almeno so che nel frattempo non ti avrò offeso. E questo è già un gran bel risultato nelle relazioni. È l’attenzione minima.

Certo, così non si hanno molte occasioni di fare bella figura, perché nessuno si accorge di una buona non-azione. Però le relazioni ci guadagneranno e cresceranno. E la guerra, zitta zitta, si allontanerà.

Lascia un commento